CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI

INTERVISTA ALL’ARCHITETTO GIOVANNI LA VARRA

Gianluca Pedemonte di Scuola di Robotica intervista l’Arch. Giovanni La Varra, Professore Associato di Progettazione architettonica all’Università degli Studi di Udine e che, con lo Studio Barreca & La Varra di Milano, ha vinto nel 2014 l’International Highrise Award a Francoforte per il progetto del Bosco Verticale e nel 2015, sempre per lo stesso edificio, l’Award del Council of Tall Building dell’ITT di Chicago, fra i vari riconoscimenti ottenuti, anche recentemente,  a livello internazionale.

Nell’intervista, La Varra affronta il tema di come l’architettura operi in un contesto di politiche di sviluppo urbano verso modelli di città sostenibili.

Sottolinea come la costruzione di un edificio solo apparentemente sia un tema architettonico. In realtà è un tema molto più ampio, essendo anche un tema economico, un tema di imprese di costruzioni, un tema di permessi edilizi, che coinvolge mondi diversi. La costruzione di un edificio è un atto collettivo, nel quale mondi e volontà diverse si concentrano e il ruolo dell’architetto è anche quello di mediare fra le varie sensibilità. Questi mondi si sono avvicinati al tema della sostenibilità con andamenti fra loro differenti. Una maggiore spinta in questa direzione e nel senso della innovazione viene dalle aziende che producono i materiali e dai promotori che per vocazione e policy devono investire anche in sostenibilità, mentre Il mondo amministrativo procede in modo più lento.

Dobbiamo attendere che queste diverse sensibilità nel tempo si allineino fra loro, aprendosi alla innovazione. Mischiare la vegetazione all’architettura è una delle modalità del futuro, genera un valore  che è paesaggistico, economico, immobiliare ed ecologico. Per raggiungere questo scopo occorre che fra i diversi mondi, ingegneristico, architettonico, amministrativo, economico, che devono lavorare insieme, sia formulato un patto per procedere con il livello di innovazione possibile.

Riguardo al tema della sostenibilità occorre distinguere. Gli edifici nuovi sono sostenibili. Una legge recente del Governo italiano richiede di rispettare criteri minimi di sostenibilità per gli edifici pubblici, prescrivendo ad esempio che una quota minima dell’edificio sia riciclabile e che una parte dei materiali sia stata prodotta all’interno di un raggio prossimo. In questo caso il mondo amministrativo ha dato un contributo positivo.

Le nostre città sono molto vecchie. Cambiare le città è un tema politico. Le città cambiano poche volte nella storia, ad esempio quando hanno perso le mura. La città europea non si può ricostruire da zero. Abbiamo nelle nostre città sistemi fognari che risalgono anche alla città romana o greca, dispositivi energetici e di riscaldamento vetusti, le reti di distribuzione dell’acqua con grandi dispersioni, l’armatura della città e dei suoi flussi è ancora quella del passato. Le nostre sono città con centri urbani storici, uno spessore storico con il quale dobbiamo confrontarci e non possiamo certamente perdere l’identità che ci proviene dal passato.

Non mancano peraltro esempi di nuovi sviluppi urbani all’interno delle città, che riguardano ad esempio industrie dismesse riconvertite a quartieri nuovi.  A Milano 10 aree ferroviarie dismesse sono in procinto di essere cantierizzate.

Come evolveranno le nostre città? Si assiste ad una tendenza verso il ripopolamento delle città, ad esempio Milano ha riguadagnato popolazione a partire dal 2016. Possiamo vivere senza un’auto di proprietà, le nuove generazioni non sentono questa esigenza. Possiamo scegliere ogni giorno quale mezzo di trasporto utilizzare, che sia più consono a quello che dobbiamo fare. Crescono e cresceranno sempre più l’esigenza di spazi pubblici e la loro intensità d’uso.

L’architettura è in grado di accompagnare questi sviluppi sostenibili anche creando e dando forma ad edifici che rappresentano importanti funzioni del territorio. Un esempio significativo è rappresentato dalla realizzazione del Nuovo Policlinico di Milano, progettato da Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra con Stefano Boeri. La storia del Policlinico intercetta una vicenda che inizia a metà del ‘400, un edificio straordinario che oggi ospita l’Università statale di Milano. I suoi padiglioni sono stati eretti, ciascuno dedicato ad una specifica patologia, nello spazio esterno alle mura della città nel quale si trovavano gli orti medicali utilizzati dall’ospedale. Il nuovo edificio sarà completato nel 2023-24 e sostituirà 10 padiglioni, costituirà una grande macchina urbana a due passi dal Duomo. La copertura dell’edificio sarà un giardino di 6.000 metri quadrati, un giardino terapeutico, abitato dai pazienti. Darà ossigeno al centro di Milano e allo stesso tempo coprirà e proteggerà i macchinari che sono l’anima dell’ospedale, avrà una funzione anche energetica, nel senso di riduzione della dispersione energetica sia in estate che in inverno. Sul giardino si affacceranno molte delle camere che ospiteranno i pazienti. Nel giardino sarà possibile praticare anche la pet-therapy e ne potranno giovare in particolare i bambini lungo-degenti. L’edificio includerà anche l’ospedale ostetrico-ginecologico e costituirà pertanto, con la nascita di bambine e bambini, anche il luogo di approdo di nuovi cittadini.

Pedemonte chiede a La Varra se si possono applicare queste nuove modalità di progettazione anche nel settore della scuola. Quale è il futuro dell’architettura scolastica?

Gli edifici scolastici sono in genere o molto antichi, anche se bellissimi, oppure edifici costruiti negli anni ’60 e’70, con una logica del tipo industriale, aule e corridoi, l’aula è per sempre. Una logica differente dalle nuove concezioni di scuola che iniziano a farsi avanti, nelle quali il migrare di docenti e discenti all’interno della scuola consente di utilizzare di volta in volta l’aula giusta per quello che si deve fare. La Varra menziona l’edificio scolastico Campus Symbiosis che ha progettato e che è stato costruito per la scuola privata ICS Milan International School a Milano, che ospita giovani dai 6 ai 18 anni, dalle elementari al liceo, con corsi quasi tutti in inglese e che ha scelto il “design approach” come metodo di insegnamento. Tutte le materie, matematica, fisica ecc., vengono insegnate attraverso il design, in modo tale da dare ad ogni insegnamento una concezione estetica e materiale delle cose. L’edificio è sviluppato in verticale, ricco di spazi aperti, progettato anche tenendo conto della necessità di tenere separati i flussi dei discenti. Le aule non hanno cattedre. Lo spazio didattico è più fluido e accogliente, in accordo con il sapere che è sempre più fluido, sempre meno separato fra una materia e l’altra. La realizzazione di edifici scolastici adeguati alle esigenze rappresenta un tema politico. Rinnovare su larga scala richiede grandi investimenti. Sappiamo che questi investimenti restituiscono nel tempo più di altri. Siamo pronti per un grande piano scolastico? Su questa grande questione aperta termina l’intervista.

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