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CITTADINANZA CONSAPEVOLE

Dall’invenzione di internet sono passati circa trent’anni e negli ultimi quindici la massiccia diffusione dei dispositivi mobili e touchscreen ha funzionato da vera testa d’ariete della rivoluzione digitale. Si è trattato di un lasso di tempo in cui sono prevalsi il tecno entusiasmo, la disposizione a lasciarsi travolgere dalle piattaforme digitali e una generale spensieratezza nel far entrare la tecnologia nelle nostre case. Le giovani generazioni, naturalmente più inclini alle novità, si sono lasciate per prime trascinare da questa inedita accelerazione. I ventenni della Gen X e i Millenials hanno accolto con slancio l’esordio del digitale, attraverso il quale hanno velocemente modellato le loro vite e abitudini, dal modo di lavorare a quello di comunicare, vivere la propria privacy e intrattenersi.

Il campanello d’allarme

Se in questi primi anni solo una minoranza dei giovani connessi ha riflettuto sull’impatto che la tecnologia stava avendo sulle loro esistenze e sul mondo, in numero crescente hanno iniziato a farlo quando sono diventati genitori. L’allarme per gli emergenti pericoli del digitale, dalla dipendenza ai crimini in rete, passando per fenomeni come hate speech, sexting, cyberbullismo e adescamento, è diventato infatti più reale e incalzante quando ha iniziato a coinvolgere bambini e adolescenti. Nell’entusiasmo generale, infatti, è successo che i minori, chi con qualche protezione chi del tutto senza salvagente, si siano immersi nel mondo connesso degli adulti, una realtà pervasiva, accessibile e invitante, ma poco o per nulla regolamentata e adatta a loro. I neogenitori della rivoluzione digitale si sono così trovati alle prese con qualcosa di inedito in campo educativo: crescere i figli delle generazioni Z e Alpha anche nell’onlife, la sfera virtuale delle nostre vite, in relazione alla presenza dei nuovi strumenti connessi.

Dalla demonizzazione al controllo

Una prima inevitabile reazione è stata quella della demonizzazione. Spaventati da episodi in cui la tecnologia si è rivelata rischiosa o preoccupati dai fenomeni di abuso, alcuni genitori hanno negato tout court l’utilizzo degli strumenti digitali ai figli. Questo atteggiamento, che procrastina il problema ma non lo risolve, sebbene sia ancora diffuso è oggi più smussato, nella convinzione (rassegnazione?) che “il digitale è qui per restare” e che con esso si debba imparare a convivere. Gli adulti, in generale, iniziano a maturare più consapevolezza in merito al proprio rapporto con il digitale e a quello dei ragazzi e fanno quindi scelte più ponderate e mediate. Ne sono un esempio i numerosi appuntamenti online e offline con psicologi, pedagogisti ed esperti di media, diritto e sicurezza in Internet, che illustrano le dinamiche della rete e dei social network, dai rischi alle opportunità, evidenziando in particolare quali possano essere le ricadute su bambini e adolescenti. Più di recente, i genitori hanno cominciato ad utilizzare in misura crescente i sistemi di parental control, attraverso i quali possono monitorare non solo il tempo che i figli trascorrono sui dispositivi connessi, ma anche il tipo di contenuti a cui possono accedere su console di videogioco, piattaforme video, cellulari, computer e tablet. I limiti di tali sistemi (basati su restrizione e controllo) sono destinati però ad emergere nel tempo. Per questo i momenti di dialogo e confronto con i bambini sui temi del digitale, man mano che crescono, devono intensificarsi, perché una volta diventati adolescenti solo una cittadinanza digitale condivisa e diffusa consentirà loro di vivere negli spazi virtuali con autonomia e sicurezza e di promuovere il proprio benessere anche online.

L’intervento dei governi

Nella percezione comune la rivoluzione digitale continua ad avanzare a passi veloci verso le frontiere delle connessioni super veloci, dei robot e delle IA (intelligenze artificiali). Tuttavia, ci sono evidenti segnali che fanno pensare che la fase dell’ubriacatura inconsapevole stia finendo, e che lo sguardo sulla tecnologia si stia facendo progressivamente più critico e acuto.
Innanzitutto, si è fatta strada la consapevolezza che occorre normare il mondo delle piattaforme tecnologiche, le cosiddette Big Tech, che nell’arco di un ventennio, tutto sommato indisturbatamente, sono diventate capisaldi dell’economia globale. Nel 2018 è entrata in vigore in Europa la nuova legge sulla protezione dei dati e della privacy online, ambito in cui le normative del nostro continente  sono ora tra le più avanzate al mondo. Nel 2019 è stato formulato un codice di condotta contro la disinformazione e le fake news, fenomeno le cui conseguenze, si è visto, si riversano sulla vita e sulla democrazia dei Paesi. Si tratta di regole che non sono ancora pienamente applicate, facilmente eludibili da parte di utenti e aziende. Tuttavia, la recente presa di posizione del Garante della Privacy italiano che ha chiesto al social cinese TikTok, di verificare età degli iscritti alla piattaforma, si muove nella direzione della regolamentazione e di un più stringente rispetto delle norme.

Probabilmente l’azione legislativa proseguirà con la progressiva tutela dei cittadini dalle posizioni dominanti sul mercato delle Big Tech e con misure volte a promuovere inclusività, partecipazione e benessere delle persone in relazione al digitale. Evidentemente, le aziende e le piattaforme coinvolte dovranno essere disposte a mettersi in gioco.

L’educazione necessaria ai new media

Perché lo sguardo sulla tecnologia si faccia sempre più acuto e vigile, non basta l’azione delle istituzioni e degli organi preposti a vigilare, occorre anche che venga sostenuta una necessaria opera di educazione alla conoscenza e all’uso dei new media. La media education deve allenare lo sguardo dei cittadini a capire l’universo digitale e a ponderare la propria esposizione e le proprie scelte in un mondo connesso sempre più influente. Per fare questo non bastano le iniziative di singole associazioni o individui. Un buon segnale dal governo italiano è arrivato con la legge 92 del 2019, con cui il Ministero dell’Istruzione ha introdotto nelle scuole l’insegnamento di una nuova materia, l’educazione civica. I tre pilastri su cui si basa sono Costituzione, sostenibilità e cittadinanza digitale ed è previsto che riguardi tutte le scuole, a partire da quelle dell’infanzia. Oltre ai fondamenti della nostra Repubblica, in ottica di una piena cittadinanza si reputano quindi importanti le competenze e le conoscenze che guideranno i giovani verso il rispetto dell’ambiente e verso una vita virtuale sicura, sana e creativa.

Un libro per la media education

Si rivolge  proprio alla scuola e al mondo degli adulti che hanno a che fare con le nuove generazioni,  il volume “Educare ai nuovi media – Percorsi di cittadinanza digitale per l’Educazione Civica“ di cui sono autrice insieme a Roberta Franceschetti (con me fondatrice del progetto Mamamò) e Paolo Celot, dell’associazione EAVI. Il libro, editore Pearson, si focalizza sulle dinamiche dei media digitali, dai social alle piattaforme di video on demand, sulla loro influenza, sui processi della disinformazione e sulla valorizzazione del digitale in classe. L’obiettivo è quello di sensibilizzare non solo all’educazione ai media, ma anche a un utilizzo creativo degli strumenti digitali, per trovare un punto di incontro con le nuove generazioni, un terreno di confronto su cui continuare a educare e costruire consapevolezza. 

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