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TECNOLOGIA, UMANESIMO E CULTURA

ESSERE DIGCOMPETENTE: il senso delle competenze digitali e un suggerimento pratico per insegnanti e cittadini

Sempre più spesso si sente parlare (nell’ambito scolastico e non) di Competenze e di DigComp, nell’aggiornata versione 2.1. Ma di cosa si tratta nel concreto? Cosa significa “competenza” e come differisce da una generica nozione o abilità? In questo articolo cercherò di dare una risposta a queste domande, offrendo uno spunto concreto per realizzare le competenze digitali.

Essere competente

Le competenze differiscono dalle abilità e dalle informazioni per la totalità a cui si riferiscono: sono la capacità di agire attivamente nel più ampio contesto di vita, digitale ma pure analogico, a maggior ragione che non esiste alcun dualismo tra online e offline. Essere competente è sapere integrare capacità multidisciplinari e metacognitive. Esse richiedono una certa dose di empatia e apertura rispettosa alle idiosincrasie culturali e individuali, pertanto l’insegnamento per competenze riguarda da vicino il farsi persona dell’educando.

Le conoscenze sono la parte più nozionistica dell’apprendimento: disincarnate, sono, per così dire, i “mattoncini” di partenza su cui costruire un sapere. Le abilità, invece, rappresentano le capacità di applicare le conoscenze apprese per risolvere problemi e compiti, come per esempio rispondere a un quesito di matematica o produrre un tema storico partendo da fonti date. Nel parallelismo con la metafora computazionale, se le prime sono i dati, le seconde saranno gli algoritmi. Come tali, questi ultimi risultano ancora disincarnati, o meglio, scissi dal macro-contesto di un individuo attivo e pro-attivo (mancano i senso-motori, l’adattamento, la progettualità e il pensiero divergente).

Le competenze rappresentano l’unione tra le prime due aree, conoscenze e abilità, con le capacità personali e sociali. L’obiettivo è utilizzarle nello studio ma anche nell’intero sviluppo personale. Esse tengono conto dell’individuo, inteso olisticamente, del contesto di cui fa parte, del suo background, delle sue specificità socio-culturali.

Essere competente, allora, significa ex-sistere, nel senso di essere un progetto gettato verso il futuro. Significa saper scegliere autenticamente sulla base di quello che si è e si conosce e si sa di poter conoscere: risolvere problemi vuol dire calarsi nei panni degli altri, delle generazioni future, degli ambienti, superando il limite dello scacco di foglio bianco poggiato sul legno del banco. E’ l’heideggeriano “Essere-ci” e, quindi, esistere nella modalità dell’Avere-cura-di. Si comprende come non sia semplicemente un sapere tecnico quello a cui puntano le Competenze, quanto più Umano, fondato sul rispetto delle cose e degli altri soggetti. Le regole da applicare non ineriscono semplicemente alle leggi grammaticali, fisiche o matematiche. In questo contesto è imprescindibile riferirsi anche all’etica. L’obiettivo è imparare a rispondere al “perché”, non solo al “che cosa”.

DigComp 2.1

Nell’ambito delle competenze digitali dei cittadini troviamo cinque macro-aree, divise ma interlacciate, come fossero classi di classi.

La prima competenza è l’alfabetizzazione sui dati. Si tratta di una meta-conoscenza di cosa siano le informazioni, come valutarle, cercarle e gestirle. Nella società attuale la moneta e l’esistenza sono caratterizzate proprio dai dati, inoltre, per definire l’ampiezza che rivestono oggi le informazioni in termini di volume, velocità, varietà e valore sono eloquentemente definite Big Data. Ben si comprende, allora, il motivo per il quale siano il punto di partenza essenziale per diventare competenti onlife. L’obiettivo è riportare il soggetto al centro delle scelte sui propri dati, senza perdere la funzione decisionale attiva circa le informazioni che lo riguardano: si chiama data agency.

In effetti i regolamenti internazionali riguardanti i dati stanno sempre più puntando su policy che permettano agli individui di controllare le informazioni che riguardano la loro identità. In questo senso è necessario trasformare le quantificazioni digitali in simboli leggibili dai cittadini tutti, permettendo il realizzarsi di una rivoluzione di simile portata a quella che incentivò Lutero nel 1500 in Germania.

La seconda e terza area sono quelle concernenti la Comunicazione, la Partecipazione e la creazione di Contenuti. La nostra è una cultura sempre più simile all’oralità, ma capace di testimoniarsi da sé. Sembra di assistere al movimento dello Spirito alla Hegel: Oralità, Scrittura e Oralità scritta. Questa sorta di Sintesi tra scripta manent e verba volant, come tale, prevede partecipazione sincrona e asincrona, scambio e condivisione delle pratiche e dei contenuti, i quali, se vivi, restano in costante aggiornamento.

Basti pensare ai memi. C’è un’immagine base, recante in sé un iniziale senso che solo i partecipanti della rete afferrano in funzione del loro condividere conoscenze pregresse e uno spazio in comune. Successivamente questa struttura prototipica subisce continue rimodulazioni che la trasformano in un meme, un gene della cultura di internet. Questo processo è simile  a quello cantato dagli afroamericani sulle rive del Mississippi. Essi partivano da una base melodica, che poi veniva ampliata, rimodulata innumerevoli volte, tenendo viva l’appartenenza: il fine precipuo della cultura orale. Ognuno contribuiva perché venisse ogni volta riaffermata l’identità e quindi la comunità tutta: strofe, vocalizzazioni, interventi musicali, senza che l’obiettivo fosse mai il prodotto. Il processo di creazione era la meta. Anche nella Cultura digitale odierna il fine è il movimento tra le parti, il reciproco riconoscersi in un’appartenenza comune. Il meme è portavoce di un’ironia che gli individui comprendono e non un risultato statico, “oggettivo”, cioè opposto al soggetto. Lo scopo è al contrario il rapporto tra individui uguali, di cui ne va della cultura stessa, dell’identità, dei flussi sintattici e semantici. Pertanto è necessario preparare le persone a partecipare nel flusso dinamico con i media, in un’ottica aperta e trasformativa che coinvolge il Sè, gli Altri, gli spazi analogici e digitali. E’ necessario educare al nuovo tipo di bello, passando prima dall’antico concetto elitario di Arte, necessario quanto ogni contrario della dialettica idealista, per approdare alla creazione di contenuti online.

In linea con questo, infatti, è bene sviluppare consapevolezze riguardo alla Sicurezza online, comprese le diverse licenze per la condivisione, il diritto del copyright, il plagio, la tutela dell’ignegno e l’open source, con l’etica africana ubuntu. Il diritto è controparte essenziale dell’essere competenti nel digitale. Come ci rammentano i greci, le regole che un essere umano conosce non sono solo quelle della Natura o quelle che un artigiano segue per produrre strumenti. Non è solo fisica e tecnica il sapere di un esperto del digitale. Per vivere attraverso i media è necessario conoscere l’etichetta (netiquette) che regola i rapporti, cioè l’insieme di norme simil-cerimoniali non codificate ma agite. Inoltre è necessario abituare il carattere e il design degli oggetti ai concetti di Bene e Male che definiscono l’etica e che consentono di evitare conseguenze nocive su larga scala. Su questi principi si fonda lo stesso sistema di norme giuridiche che definisce il bivio (a volte sfumato, e perfettibile) tra lecito e illecito e sulla cui base possiamo esercitare diritti, doveri, rivendicando legalmente ciò che ci spetta. Habermas diceva che i diritti umani sono come Giano, un viso guarda verso la morale, l’altro verso uno Stato. Per questa ragione i diritti subiscono gli influssi della realtà concreta in cui sono collocati. Alla base dell’esistenza dei diritti umani deve esserci l’universale della libertà politica, della partecipazione democratica. Solo così è possibile emerga un consenso unanime su cosa concepire come valore umano e solo così è possibile esercitare un controllo sulla tutela dei diritti.

Siccome i dati rappresentano l’identità degli individui, anteporre la privacy ed essere a conoscenza dei regolamenti elaborati per la tutela della cyber-security e della propria esistenza in generale, è parte essenziale del nostro essere cittadini digitali.

Anche sulla scia di una digitalizzazione delle PA sempre maggiore, è bene conoscere i regolamenti sui dati, sulle tecnologie vietate e  concesse per prendere parte a un dibattito pubblico più vasto e opporre un controllo democratico sui sistemi in uso. Per farlo, però, bisogna costruire queste competenze, in un’ottica davvero sovra-nazionale e onnicomprensiva.

Essere competenti, allora, non è solo un dovere a cui sono chiamati tutti gli attori sociali, aziende, amministrazioni e cittadini, ma è anche un diritto che deve essere garantito trasversalmente. Il pubblico deve poter avere accesso a strumenti di informazione, di formazione, di monitoraggio e di valutazione; deve poter avere spazio in luoghi attraverso i quali esercitare le proprie competenze, acquisite e continuamente allenate nell’esistere consapevole.

Case Study: Osservatorio Amministrazione Automatizzata

Dopo alcuni esempi europei, anche l’Italia si dota di un osservatorio per conoscere ed esaminare gli algoritmi che la pubblica amministrazione impiega per automatizzare le decisioni relative a settori come il lavoro, la finanza, la sanità, la scuola, la sicurezza.

La proposta viene da Privacy Network, associazione no profit di cui sono membro esecutivo. Oltre a occuparmi di ricerca e formazione con Scuola di Robotica e di giornalismo sempre sui temi del digitale e delle sue implicazioni filosofico-sociali, sono attiva in questo team giovane ed eterogeneo, nel quale mi occupo di comunicazione, in special modo per il dipartimento Advocacy.

Insomma, l’Osservatorio dell’Amministrazione Automatizzata vuole essere uno strumento di libertà e democrazia nelle mani della collettività: cittadini, ricerca e amministrazioni comprese.

Infatti tutti gli agenti coinvolti nell’ecosistema creato dall’intelligenza artificiale potranno trarre beneficio da questo osservatorio e pure la tecnologia stessa, perché il progresso non esiste senza un adeguato esercizio di criticismo aperto e trasparente e un’analisi chiara degli impatti che una tecnologia può comportare. Insomma il progresso deve necessariamente collegarsi alla crescita sociale e quindi non può sussistere senza un’alfabetizzazione non solo di natura tecnica, ma piuttosto umana.

E’ necessario chiarire quali siano i valori che una tecnologia deve includere per promuovere il benessere universale, che non si limiti, cioè, a favorire una parte a discapito di altre. L’obiettivo è evitare discriminazioni e conseguenze negative anche per l’ambiente e per l’autonomia personale. Il design etico, allora, dovrà sempre includere valori quali trasparenza, efficacia provata da valutazioni periodiche, anche attraverso audit indipendenti, responsabilità, consapevolezza civica.

In quest’ottica, allora, una maggiore attenzione va riservata proprio al settore pubblico, dove la digitalizzazione riguarda decisioni che potrebbero avere un alto rischio sull’esercizio dei diritti fondamentali.

Il settore della Pubblica Amministrazione negli ultimi tempi ha investito molto nella digitalizzazione, anche grazie alla spinta del PNRR. Oltretutto il 24 novembre, giorno in cui abbiamo lanciato l’Osservatorio, è stata finalmente condiviso anche il testo della Strategia italiana sull’Intelligenza Artificiale.

Gli obiettivi del programma strategico dell’IA approvato dal consiglio dei ministri per il biennio 22-24 riguardano i seguenti campi:

1) potenziare le competenze;

2) favorire le collaborazioni tra ricerca impresa e società;

3) ampliare l’applicazione dell’IA nell’industria e nelle pubbliche amministrazioni. Insomma si prospetta un futuro in cui vedremo sempre più usati strumenti di machine learning nel settore pubblico. Bene, purché si seguano dei criteri a tutela di tutti.

E’ evidente che tecnologia e digitale siano strumenti utili, a patto però che siano usati con responsabilità e attenzione. E l’Osservatorio, essendo una fonte di informazione e valutazione sui sistemi automatizzati che impiega la PA, sarà un compagno determinante nella trasformazione digitale che ci attende. Per questo che l’uscita sincronica con il programma approvato dal consiglio dei ministri è un bene.

In primo luogo l’OAA rappresenterà un incentivo perché i cittadini possano conoscere e quindi approfondire i temi dell’IA. Perciò, attraverso esso, ne andrà anche delle competenze che vuole stimolare il programma per l’intelligenza artificiale.

Inoltre l’informazione offerta dall’OAA è base di quell’awareness pubblica attraverso la quale gli individui possano esercitare un reale controllo democratico: la democrazia, come ci ricorda Popper, non è il governo della maggioranza, ma l’esistenza e la tutela di un’opposizione che possa continuare a esercitare le sue funzioni di monitoraggio. Ma per opporsi con criterio bisogna prima avere accesso a una base informativa chiara.

Infine l’Osservatorio è una garanzia perché le PA siano più trasparenti, al contrario della tendenza alla de-responsabilizzazione che spesso adottano nella loro condotta, delegando le scelte alle automazioni, come se loro non c’entrassero. Invece in futuro dovranno rispondere ancora di più delle loro scelte, senza oscurare al pubblico informazioni utili sugli algoritmi, sui dati, sulle aziende coinvolte e su eventuali criticità.

Recentemente, a tal riguardo, il governo del Regno Unito ha pubblicato un pionieristico standard di trasparenza algoritmica, che impone alla pubblica amministrazione l’obbligo di informare il pubblico dei sistemi automatizzati che impiega. Anche questa notizia si collega direttamente all’Osservatorio Amministrazione Automatizzata.

Così, l’Osservatorio dell’Amministrazione Automatizzata, incarnando i principi di trasparenza, partecipazione, monitoraggio è uno strumento formativo e pro-attivo per i cittadini, perché possano esercitare i loro diritti e partecipare al dibattito pubblico.

Sarà costantemente aggiornato interagendo e collaborando con il pubblico, che potrà inviare feedback e segnalazioni sull’email advocacy@privacy-network.it.

La differenza sostanziale con i registri delle altre città europee è il fatto che questa iniziativa sia portata avanti da un’associazione no profit, Privacy Network. Di conseguenza, possiamo dire che in Italia, grazie a questo strumento, la raccolta e la valutazione degli algoritmi utilizzati dalla PA sarà indipendente, garantendo un alto grado di trasparenza.

Anche le amministrazioni, in verità, potranno trarre beneficio dal registro. Sarà un riferimento utile attraverso cui ispirarsi, confrontandosi sulle buone pratiche applicate e contemporaneamente rifiutando gli algoritmi identificati come critici.

Inoltre l’Osservatorio potrà essere uno strumento di consultazione per giornalisti e ricercatori, per conoscere nel dettaglio il tipo di algoritmo, la committenza, la data di introduzione, lo scopo, eventuali dubbi e rischi già emersi, i dati utilizzati per addestrare la rete, nonché link e fonti esterne.

L’Osservatorio, strumento collettivo e per la collettività, sarà infine un repository per docenti e alunni per stimolare dibattito, cittadinanza consapevole e quindi sarà uno strumento importante per esercitare l’insegnamento per competenze digitali.

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