CONCORSO “CALL TO ACTION PER LA SOSTENIBILITÀ 2022”
Partecipate entro le 15:00 del 30 Aprile 2022

TECNOLOGIA, UMANESIMO E CULTURA

Il primo articolo della mia vita è stato tutt’altro che memorabile. Facevo l’università a Milano. Riempivo il tempo libero cercando di collezionare righe ovunque. Quelli sono gli anni in cui si inizia a viaggiare lontano. Con il corpo, ma anche con i sogni. Due elementi decisivi per scrivere pezzi che funzionino. Facile farlo quando si gira il mondo e ti scorrono davanti pezzi di un puzzle che non avevi mai conosciuto. Però è altrettanto importante imparare a viaggiare con la mente. C’è l’incipit di un romanzo di Samuel Beckett degli anni Cinquanta che dice: “Tornai a casa e mi misi a scrivere. È mezzanotte e la pioggia batte forte sui vetri. Non era mezzanotte. Non pioveva”. Per questo il viaggio più riuscito è quello che si immagina quando si riempie la valigia. Questo succede anche per gli articoli: bisogna sempre immaginare qualcosa di perfetto, anche perchè il risultato non sarà mai tale. Ma sarà il meccanismo per riuscire a mettere più a fuoco quello successivo.

Perché pensavo al mio primo pezzo su un giornale? Perché nasconde proprio uno dei più grandi difetti da correggere nella scrittura. Mi chiesero 30 righe (1800 battute spazi inclusi, la misura standard con cui bisogna misurarsi per diventare e restare grandi) per un inserto del Corriere su una fiera sui Paesi esotici. Mi sembra si chiamasse “Tropicalia”. Avevo in mano un comunicato stampa eterno. Me lo studiai bene e inizia a battere sulla tastiera. Trenta righe che erano la sagra dell’aggettivo. Mi sembrava di averci messo colore. Un amico caporedattore di un giornale importante, persona cara, che purtroppo oggi non c’è più, mi fece la cortesia di arrivare fino in fondo. Mi disse solo una cosa: “Se descrivi così una fiera in un capannone, che termini usi quando sarai nel deserto della Namibia?”.

Ecco una lezione da cucirsi sulle mani ogni volta che ci si trova davanti dei tasti da picchiettare: quando scrivi un articolo, che sia di cronaca, ma anche di costume, sempre meglio togliere che aggiungere. È qui scatta invece la lezione di un altro caporedattore, persona meno cara, che per fortuna sua continua a dare ordini. Qualche anno dopo i miei esordi da collaboratore di inserti e dorsi del Corriere mi fecero il primo contratto di sostituzione. Primo vero attestato di stima e traguardo per chiunque di voi. Meglio un mese a prendere insulti in una redazione che anni a scrivere da fuori nel silenzio della propria cameretta. Lavoravo al settimanale. I pezzi da 30 righe si allungavano. Un rischio enorme. Quando ti sembra che il livello della tua scrittura lieviti si continua a mettere. Ad aggiungere. Lui per segarmi le gambe usò la metafora del salamotto turco. Quello che per prepararlo buttano dentro tutti gli ingredienti che restano. Il risultato è poco digeribile per chi mangia. Altrettanto lo è per chi legge un pezzo in cui si butta dentro tutto, per far vedere che si sa o ci si piace. Questo vale ovviamente se si scrive online, ma anche se lo si fa sulla carta. Il futuro dell’editoria sarà un mondo in cui sul digitale si dirà quello che accade e sulla carta del giorno dopo si rifletterà su quello che ci gira intorno. Ma la sostanza narrativa non deve cambiare.

Così negli anni ho imparato a limare. Togliere un aggettivo consente di caricarne un altro. Quello a cui non bisogna mai rinunciare invece, sembra banale dirlo, sono le notizie. Gli anglosassoni, che vantano la superiorità della specie in termini di giornalismo, hanno inventato le regole delle 5W. Ogni articolo che conti deve rispondere alle cinque domandine sacre: Who?, What?, Where?, When?, Why?. Per loro se un pezzo dice chi, cosa, dove, quando e perché basta e avanza. Diciamo che questo io l’ho sempre considerato il dovere. Poi viene il piacere. Che per me significa raccontare per spiegare. Usando uno stile che possa essere riconoscibile. Un po’ come un grande artista si dovrebbe riconoscere dalla prima nota. Come fosse un marchio. Quando vi diranno che riconoscono i vostri pezzi, ma anche le vostre letterine a Babbo Natale o i vostri messaggi d’auguri, senza che siano firmati siete a buon punto.

Per riuscire ad essere riconoscibili avere uno stile è importante. Vale anche nella vita: distinguersi. Per farcela dovreste riuscire a darvi una regola: quella di scrivere ogni articolo come fosse l’ultimo. Non il primo, che, come abbiamo detto, è figlio dell’inesperienza. L’ultimo. Quello con cui si vorrebbe far colpo su una fanciulla, come su un editore. Perché il vero problema è che non sappiamo mai chi e quando ci legge. Sarebbe un peccato mortale, vista anche e soprattutto la crisi del sistema e i tempi duri per l’editoria che bisogna scavallare, perdere un’occasione. Non tirate mai via un pezzo pensando che sia inutile o troppo corto per cercare un’idea e renderlo leggibile. È anche un segno di rispetto per chi dimostra fedeltà comprando e leggendo il tuo giornale. Viene sempre in mente l’esempio di una band che vuole esplodere. E non saprà mai se davanti ai tavolini si ritroverà qualcuno che vuole solo vuotarsi tre birre o il produttore che gli cambierà la vita.  

Io al Corriere della Sera ho iniziato da collaboratore, ho proseguito da redattore, scrivendo tutto quello che serviva per riempire il giornale, e ora sono vice caposervizio. Quindi oltre a scrivere, mi ritrovo dall’altra parte della barricata. Ad usare l’altro occhio, per pensare, titolare e confezionare le pagine. È qui che si matura l’importanza del lavoro di squadra. In gergo tecnico noi la chiamiamo “la cucina”, perché in effetti fare un giornale è un po’ come preparare una cena per degli ospiti. Serve chi ha talento a raccontare, ma anche chi gli dice cosa seguire e lo titola per strappare gli occhi del lettore dalle infinte alternative che ha per informarsi.

E qui si arriva all’ultimo consiglio. Se mai vi capiterà di pensare a un prodotto editoriale, a partire dal giornalino della scuola. La prima pagina, a tutti gli effetti la vetrina di un grande viaggio lungo una sessantina di pagine, andrebbe fatta al bancone del bar. Cercando di capire anche di cosa parla la gente. Quali sono le ansie, le gioie. Le cose che fanno ridere, discutere o litigare. Così si evita l’errore che molti fanno e faranno sempre di scrivere solo quello che pensano sia centrale o che magari hanno sentito a una cena di gala. Mai sentirsi un’élite anche si ha la fortuna di viverla. Il grande privilegio di fare questo mestiere è proprio quello di essere in prima fila a tutto quello che succede ogni giorno. E ti pagano pure per esserci. Non sprecate l’occasione.  

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