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CITTADINANZA CONSAPEVOLE

SETTE NORME PER PREVENIRE E CONTRASTARE IL CYBERBULLISMO

Il 29 maggio del 2017 il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha pubblicato la legge n. 71, intitolata “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”.

Questa legge si articola in sette norme:

Articolo 1, Finalità e definizioni

Articolo 2, Tutela della dignità del minore

Articolo 3, Piano di azione integrato

Articolo 4, Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto in ambito scolastico

Articolo 5, Informativa alle famiglie, sanzioni in ambito scolastico e progetti di sostegno e di recupero

Articolo 6, Rifinanziamento del fondo di cui all’articolo 12 della L. 18 marzo 2008, n. 48

Articolo 7, Ammonimento.

La definizione legislativa del cyberbullismo è contenuta nell’articolo 1: “Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo” .

Il legislatore non ha potuto osservare il principio della tassatività nella codificazione della fattispecie perché le condotte integranti cyberbullismo sono potenzialmente illimitate; in qualche caso, ha richiamato figure di reato tipiche codificate dal Codice penale o dalle leggi speciali. Al contrario, si deduce dalla norma sopra trascritta che l’illecito non si consuma in caso di comportamenti omissivi, e cioè passivi, reticenti od omertosi.

Esemplificando:

scattare una fotografia al compagno di banco, ritoccarla col photoshop in modo da ridicolizzarlo, postarla sui social ed esporlo allo scherno collettivo di una cerchia indeterminata di utenti della rete internet integra cyberbullismo;

ignorare la persona presa di mira, omettendo di apporre dei like sul suo profilo Instagram, non integra cyberbullismo, anche se l’indifferenza squalifica l’interessato e genera ansia in lui.

Mentre il bullo si scontra “faccia a faccia” con la vittima designata, il cyberbullo si scuda dietro lo schermo del computer, dello smartphone o del tablet per perseguitare il malcapitato di turno. Le azioni dei bulli hanno nome e cognome, mentre quelle dei cyberbulli, il più delle volte, no. Essi si nascondono dietro l’anonimato, almeno fino a quando non vengano scoperti dalla Polizia Postale.

La dignità delle vittime di cyberbullismo è il bene tutelato dall’articolo 2 della Legge: il minore che abbia compiuto quattordici anni o, in sua vece, il padre o la madre, o, in mancanza di costoro, la persona esercente la responsabilità genitoriale sul minore, possono presentare “al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social media” un’istanza diretta all’oscuramento, alla rimozione o al blocco del dato personale. Qualora entro ventiquattro ore dalla ricezione dell’istanza il responsabile non abbia aderito alla richiesta di tutela o qualora non abbia avviato la condotta riparatoria dell’illecito entro le successive quarantotto ore, l’interessato può rivolgersi al Garante per la Privacy. Quest’ultimo deve interrompere la propagazione dell’illecito con celerità, e cioè entro quarantotto ore dalla presentazione dell’istanza. L’indirizzo del Garante è cyberbullismo@gpdp.it mentre il modello dell’istanza per segnalare gli episodi di bullismo sul web o sui social network è scaricabile dal sito ufficiale del Garante medesimo: https://www.garanteprivacy.it/

Ex articolo 7 della Legge, il minore vittima di cyberbullismo può rivolgersi al Questore affinché ammonisca l’autore dell’illecito, a sua volta minorenne, e interrompa la reiterazione della condotta lesiva. Questa norma esclude, tuttavia, l’ammonimento quando la condotta del cyberbullo integra i reati di diffamazione e minaccia, previsti agli articoli 595 e 612 del Codice penale, o del trattamento illecito dei dati, previsto dall’articolo 176 del Codice della Privacy. In tutti questi casi è possibile sporgere querela nei confronti del reo il quale, ai sensi e agli effetti dell’articolo 98 del Codice penale, è imputabile “se aveva compiuto i quattordici anni e aveva la capacità di intendere e volere” al momento della consumazione del reato. Nel caso contrario, e cioè allorquando il minore non sia imputabile, i genitori o gli insegnanti saranno tenuti al risarcimento del danno procurato alla vittima, sempre se ricorrano i presupposti previsti dall’articolo 2048 del Codice civile per configurare la responsabilità civile degli adulti, e cioè la culpa in educando e in vigilando.

La ratio sottesa alla legge n. 71 del 2017 è quella di tutelare, con misure concrete e tangibili, i minori vittime di cyberbullismo, facendo in modo che non si sentano isolati e soli, sia in ambito familiare sia in ambito scolastico, ma ricevano sostegno legale e psicologico. Il legislatore ha un’indiscutibile attenzione verso i minori vittime del cyberbullismo, ma non trascura i minori autori degli illeciti, da rieducare “anche attraverso l’esercizio di attività riparatorie o di utilità sociale”, come prevede l’articolo 4.

Mentre la prevenzione del fenomeno è stata affidata a campagne di sensibilizzazione della collettività e interventi di formazione del personale scolastico, nell’alveo del quale va individuato, ex articolo 4, “un referente per ogni autonomia scolastica”, il contrasto del fenomeno è affidato a misure ad hoc quali l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei dati sensibili circolati e ancora circolanti in rete.

Nel corso del 2020 e del 2021, anni contraddistinti dalla pandemia e dalla didattica a distanza, il cyberbullismo ha registrato una preoccupante recrudescenza, sollevando l’interrogativo sulla efficacia della Legge qui compendiata.

Le armi sfoderate dal legislatore sono davvero vincenti o spuntate?

Si pensi alle condotte integranti cyberbullismo perpetrate mediante messaggi privati, WhatsApp o social network quali Instagram, Facebook e TikTok: i contenuti illeciti divulgati attraverso questi presidi informatici non transitano in Google, onde è impossibile identificare “il titolare del trattamento o il gestore del sito internet o del social media” ai quali indirizzare l’istanza ex articolo 2 della Legge. Di conseguenza è parimenti impossibile l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei dati sensibili.  

Quando, invece, i dati personali circolino in Google, l’avete diritto può rivolgersi al Garante della Privacy, così come prescrive la norma ora citata, azionando il cosiddetto diritto all’oblio. Il Garante può prescrivere a Google di “non indicizzare”, per l’avvenire, i dati in parola, ordinandone la rimozione dalle pagine internet. Tuttavia, nulla esclude che le informazioni circolate in rete siano state “scaricate” da chicchessia e possano continuare a circolare nei canali privati. Pertanto, una volta perduta la riservatezza del dato personale, il danno è in re ipsa.

In conclusione, le norme della legge n.71 del 2017 che codificano le misure di prevenzione del cyberbullismo sono decisamente più efficaci di quelle preordinate al contrasto del fenomeno. Ergo è preferibile investire risorse ed energie nel capitale umano, e cioè nella formazione del personale scolastico, nella sensibilizzazione della società civile, nell’istruzione dei giovani all’uso consapevole della tecnologia e nella loro educazione all’empatia e al senso civico. L’istanza al Garante della Privacy, l’accesso al Questore, il ricorso all’Autorità giudiziaria rappresentano misure residuali incapaci di riparare interamente il danno patito dalla vittima del cyberbullismo. Il denaro pagato dai genitori del cyberbullo, colpevoli di averlo educato male, in solido con le istituzioni, lassiste nel vigilare sulla sua condotta, può, al più, lenire il dolore fisico o psichico della vittima, ma non può restituirle la riservatezza, l’onore, la dignità e la vitalità perdute.

Poiché ho avuto il privilegio di ascoltare gli insegnamenti della professoressa Simona Caravita, docente presso le università di Milano e Stavanger, suggerisco di consultare le pubblicazioni di questa illustre studiosa  https://docenti.unicatt.it/ppd2/it/docenti/13884/simona-carla-silvia-caravita/profilo la quale, da oltre vent’anni, veicola informazioni qualificate sul cyberbullismo e contribuisce a prevenirlo, “vaccinando” da questo insidioso quanto velenoso virus gli interlocutori che si sono soffermati ad ascoltarla e sono stati conquistati  dalla sua straordinaria competenza e sensibilità professionale.

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